Breve profilo storico di Raffaele Palladino

Il periodo romano-barbarico

 

II territorio durante l'Impero Romano ricadeva nella Civitas Abellini, colonia Livia Augusta Alexandrina Abellinatium, iscritta alla tribù Galeria. La popolazione era sostanzialmente contadina, lo sfruttamento agricolo veniva effettuato in grandi villae con salariati e servi. È un dato certo la presenza di ville sulle alture di Serra, nel territorio di Pratola, in Montefalcione, al di là del Vallone di Serra nella località Boschi Grandi e sulle colline di Prata; le attività prevalenti erano soprattutto la produzione dei cereali e l'allevamento. Il territorio del Castello di Serra era solcato da un'importante arteria secondaria dell'Appia, l'Abellinum-Beneventum, che all'altezza della villa di Pratola formava un trivio (come tuttora) con l'altra arteria, l'Abellinum-Aeclanum.

Gli ultimi ritrovamenti presso l'Alfa-Nissan, nella Piana di Serra, hanno portato alla luce un insediamento sannitico con relativa necropoli e, lungo la via Abellinum-Beneventum, un acquedotto romano, che da Serino portava le acque a Benevento. Il sistema produttivo di queste ville in Serra, Pratola, Prata, Montaperto, Montefalcione, ecc., è durato dalla caduta dell'Impero Romano e per tutto il periodo barbarico fino al Mille, anche se sotto diversa denominazione. Infatti i Longobardi trasformarono le fattorie romane in numerose curtes, fattorie di più modeste dimensioni, che utilizzarono come manodopera soprattutto Romani ridotti allo stato servile. Alla fine del VII ed all'inizio delI'VIII secolo d.C. i Longobardi e le popolazioni indigene si convertirono al Cristianesimo per opera dei vescovi di Benevento, Barbato e Davide, e dell'abate Autperto. Nello stesso tempo i duchi longobardi di Benevento, Romualdo ed Arechi, con notevoli donazioni fatte al clero, offrirono i mezzi materiali per l'opera di conversione. Molte contrade del Ducato longobardo di Benevento di origine romana e pagana furono trasformate totalmente o parzialmente ed ebbero nomi di santi, come S. Paolina, S. Martino, S. Angelo a Marco Pio, S. Maria a Toro; altre contrade sorsero ex novo o si insediarono su strutture romano-barbariche, come Montaperto per opera dell'abate Autperto, S. Barbato per opera del vescovo Barbato di Benevento, S. Angelo dei Lombardi, ecc. Il Castello di Serra, sorto come centro non solo di difesa, ma anche di dimora di gruppi romano-barbarici, come tante altre località del Ducato longobardo, fu donato al clero nei secoli VII-VIII. Uno dei primi documenti a nome dell'imperatore Corrado di Germania ci conferma l'antica sudditanza del Castello di Serra al Monastero di S. Sofia di Benevento; un altro documento, risalente all'anno 1038, riguarda Manocalzati, che qualche anno dopo, con le infiltrazioni normanne nel Principato di Benevento, fu staccata dal territorio di Avellino e aggregata, in qualità di subfeudo, al Castello di Serra. Il suddetto documento è un contratto nuziale, il quale dice che il clerico Amato, figlio di Sellitto, abitante di Manocalzati, alla sua fresca sposa Gemma concede non solo il Morgengabe (dono nuziale di beni stabili), ma anche il "meffio" (dono in denari); il matrimonio viene contratto in nome dei signori Pandolfo e suo figlio Landolfo, principi di Benevento.

Da un documento risalente all'anno 1045, scritto dal notaio Tasselgardo nel Castello di Serra, sotto i principi longobardi di Benevento Pandolfo III e suo figlio Landolfo VI, si conoscono pochi personaggi della Serra longobarda: Giovanni, figlio di Graziano, Diletto, figlio di Mari, il conte Giovanni e il conte Adalferio, possessori di fondi tra il Castello di Serra, Candida, Prata e Montaperto. Da esso si deduce senza dubbio che il Castello di Serra, Candida, Prata e Montaperto erano compresi nel Principato longobardo di Benevento e che i gastaldi o conti Adalferio e Giovanni erano signori di questi luoghi. La pergamena porta in calce le firme di due autorità della Serra longobarda, il presbiterio Amato e Mari, che erano probabilmente vicedomini del Castello di Serra. Serra, che ebbe un castrum, prima e durante il periodo longobardo, acquista una notevole importanza: la presenza di un castello è indice di vita e segno della presenza di signori, di sudditi e di servi.

Il nucleo originario di Serra, sorto nel Basso Impero attorno ad una torre di guardia, ad un romano castrum o nei pressi di una villa, durante le invasioni barbariche andò sempre più rinvigorendosi per opera degli scampati dei villaggi vicini. Anche in altre località vicine si andarono organizzando le curtes, dove risiedevano i servi e i liberti dei proprietari longobardi, appartenenti alla classe degli "arimanni"; a poco a poco i proprietari delle curtes sparse tra Manocalzati, Pratola e S. Michele si concentrarono e, per iniziativa del gruppo arimanno, si formò la nuova classe dirigente nel Castello di Serra e in tutte le terre soggette ai Longobardi.

 

Il periodo normanno

 

Agli inizi del secolo XI, con i nuovi invasori normanni, avvenne la divisione del Gastaldato di Avellino in due parti. Nella parte orientale della Contea, cioè in Montaperto, Candida, Castel di Serra, S. Barbato, Atripalda ecc., oltre al nome del conte Tassone appare, come signore feudale, anche quello di Ivone, figlio del normanno Roberto Iacono e della longobarda Aloara. Umberto de Serra, figlio di Ivone, ebbe la metà del Castello di Atripalda, con un vastissimo territorio che andava fino a Pratola e comprendeva Radicazzo (S. Potito), Loco Malecalbiati (Manocalzati), Salsa

(Pozzo del sale) e Pratola. Inoltre, si chiamò "de Serra" perché questo Castello era il centro dei suoi feudi.

Il Castello di Serra in questi anni forniva ai duchi di Puglia in tempo di guerra tré cavalieri e tre fanti. Nel 1131 il Castello di Serra fu ereditato da Ugo, figlio di Raone; infatti un documento dell'epoca attesta che "Ugo, per grazia di Dio signore del Castello di Serra e figlio del signor Raone dona a Montevergine delle terre situate nel suo feudo di Radicazzo". L'atto è sottoscritto dal barone e riporta a conferma anche i nomi dei suoi militi o cavalieri, quali Perrone e Giovanni, e quelli dei sacerdoti Orso e Rolegrino, che rappresentavano la classe dirigente del Castello. Questo, come lo vediamo oggi, si eleva a forma poligonale, con appena due torri quasi intere, una alle spalle del luogo detto "la Guardia", dove sono ancora i segni della Porta della Terra, l'altra, che s'innalza su delle rocce a ridosso della casa canonica, si affaccia sulla piazza del Tiglio.

Le costruzioni esistenti nella parte alta dell'abitato e quelle fatte nel piano separano la parte antica di Serra, che il popolo indica ancora con il nome di "Castello", dall'altra nuova, detta "Piazza", che ne rappresenta il sobborgo.

Dopo il 1147, regnando sempre Ruggiero, il barone Pietro de Serra dichiara di possedere il Castello di Serra e di fornire in tempo di guerra sei militi e sei fanti. Il milite era un'unità di misura che al feudatario assicurava venti onee d'oro di rendita.

 

Il periodo svevo

 

Al 1195, primo anno di regno dell'imperatore Enrico VI, risale un documento sul Castello di Serra, dove si parla di Raone di Serra, figlio di Pietro, che dà a un suo cavaliere dei terreni.

Nel 1226, regnando Federico II, re di Sicilia, il Castello di Serra è ereditato da Ugone de Serra, un altro figlio di Raone, come attesta l'atto di vendita di una casa presso il Castello.

Il Castello di Serra e tutti gli altri del Meridione in questo periodo furono organizzati stabilmente in "Università", cioè in Comune, ed ebbero il diritto di tenere adunanze, alle quali partecipavano tutti i cittadini e non più i soli proprietari terrieri e i militi dei subfeudi. Da questo tempo in poi l'espressione "Università di Serra", come appare nei documenti, è da intendersi nel senso di adunanza di cittadini, ristretta però solo a quelli del Castello di Serra e dei suoi casali di Pratola e Manocalzati; invece il Castello di Salsa, pur soggetto feudalmente, assieme ad altre terre, al barone di Serra, dal punto di vista amministrativo era una Università indipendente.

Ogni Università aveva un giudice annuale preposto a far rispettare le numerose leggi che l'imperatore emanava per amministrare la giustizia; dell'Università di Serra si conoscono alcuni nomi di giudici, tra cui ricordiamo Giovanni di Roccapiemonte e Giovanni di Pietrastornina. Il nome di quest'ultimo appare in un documento del 1231 riguardante il Castello di Serra e il suo feudo di Radicazzo.

Lo stesso imperatore nel 1237, debellati i Milanesi ed altri della Lega a Cortenuova, distribuì i numerosi prigionieri ed ostaggi tra i baroni del Mezzogiorno; al signore di Serra fu affidato in custodia nel Castello il prigioniero lombardo Roberto Montecclo.

Un documento del 1246 ci fa rilevare con chiarezza i nomi dei giudici del Castello di Serra, Matteo di S. Barbato e Ruggiero Bove, che erano preposti come ufficiali del governo, e ci ricorda il nome di Ugone de Serra, signore del Castello e feudi. Altro particolare importante è la grafia della località "Li Mali Calzati", corrispondente all'attuale Comune di Manoealzati.

Durante il regno di Corrado I, figlio di Federico II, nel 1252 il nuovo signore di Serra, Eliseo de Serra, volendosi rendere conto dei censi e dei redditi che si dovevano alla Corte baronale, diede ordine che si presentassero davanti al notaio e a testimoni i singoli censuari della Baronia di Serra (Serra, Salsa, Manocalzati, Pratola, Radicazzo), tra i quali Carvato, Ruggiero de Andresana ed altri i cui nomi sono illeggibili, che, dopo aver giurato sul Vangelo di dire la verità, mostrarono di avere a censo delle terre.

 

Il periodo angioino

 

I Francesi di Carlo D'Angiò nel 1265 avevano conquistato il Regno di Sicilia; nel 1268, alla discesa di Corradino, vi fu una sommossa e molte Università non pagarono il focatico. L'Università di Serra pagò una salata multa di 8 once e mezzo per aver occultato 34 fuochi, mentre l'Università di Salsa aveva occultato 39 fuochi ed aveva pagato una multa di 9 once e 22 carlini e mezzo.

Il barone di Serra, Eliseo de Serra, che aveva abbracciato il partito angioino, nel 1269 fu nominato commissario per la riscossione dei tributi arretrati in tutta la Provincia di Principato e Terra Beneventana (Irpinia-Sannio-Cilento).

Buona parte dei feudi tenuti una volta dai baroni di sangue normanno-svevo furono donati ai militi francesi, mentre il signore della Baronia di Serra, la quale comprendeva da antico tempo il Castello di Serra con i casali di Manocalzati e Pratola e il feudo di Salsa, nell'anno 1270 fu anche custode dei passi e delle vie da Monterò ad Avelline, da Cimitile a Monteforte ed Atripalda. La formazione della squadra di fanteria addetta alla vigilanza, al cui comando era Eliseo de Serra, era di 68 armati distribuiti fra varie località.

L'Università di Serra e i suoi feudatari nel 1271 furono sottoposti da parte di Carlo D'Angiò ad una inchiesta riguardante il possesso della foresta di Corigliano. Da essa si apprende che anche i signori di Serra Raone, suo figlio Ugone, ecc., e i signori di Candida, Montefalcione, e così via, "nella pace e nella quiete" si servivano dei pascoli e della legna, fìno a quando nel 1246 la foresta non fu dichiarata demanio reale da Federico II.

Da una indagine del 1274 sull'Università di Serra fatta dal giustiziere della Provincia di Principato, risultò che questa, per mezzo del sindaco Crispino, aveva pagato 8 once e 15 carlini al tempo della sommossa scoppiata alla discesa di Corradino.

In questo periodo Castel di Serra risulterà nei cedolari delle imposte come "Serra cum Salsa".

Intanto nel 1289, Pietro de Serra, barone di Serra, figlio del defunto Eliseo, fu invitato a prestare il servizio militare in Calabria, insieme ad altri baroni, contro l'esercito siciliano guidato da Giacomo d'Aragona, ribelle agli angioini nella guerra del Vespro.

Ad Andreotto de Serra, figlio di Pietro de Serra, nel 1336 fu inviato un provvedimento di investitura del Castello di Serra con i suoi casali di Salsa, Manocalzati e Pratola in Principato Ultra dietro il pagamento deìl'adoha di una oncia ("Ab Andriotto de Serrae cum casalibus Salsae, Manicalzati et Pratolae in P.U. de antiquo feudo sub adoh. une.    I”).

Dalla campagna di guerra in Sicilia Andreotto non fece più ritorno (1338) e la stessa sorte toccò al fratello Giovanni.

Roberto d'Angiò, rè di Napoli, nel 1339 concesse i suddetti feudi a Giovanni Grillo di Salerno, professore di diritto civile, viceprotonotario del Regno di Sicilia.

Alla morte di quest'ultimo (1346), i feudi del Castello di Serra furono ereditati da Roberto e Lodovico Grillo, come si apprende da una trascrizione di un privilegio della regina Giovanna dato in Napoli il 4 maggio 1346. Alla scomparsa di Riccardo Grillo, fratello dei precedenti, il Castello di Serra e i feudi di Salsa, Manocalzati e Pratola furono ereditati da un consanguineo, Cristofaro Grillo (1377), e da questi nel 1400 passarono a Costanza Grillo, la quale sposò il cavaliere napoletano Antonio Poderico, che morì prematuramente lasciando come erede Rinaldo.

 

Il periodo aragonese

 

Alfonso d'Aragona conquistò il Regno nel 1442 e nello stesso anno ordinava al nobile Garsia Gavaniglia di non molestare per il pagamento deU'adoha alcuni signori, tra i quali Carlucci Galeota, barone di Torcila, e Simonello Caracciolo, signore di Serra, Salza e Villamaina in Principato Ultra.

Nello stesso anno l'aragonese con ingenti forze bruciò tutte le terre che gli erano ostili e stessa sorte toccò al Castello di Serra, a Montefalcione, a Salza ed ad altre Università alleate di Giovannotto di Montefalcione e del conte Troiano Caracciolo di Avelline, ribelli al re.

Scomparso Simonello Caracciolo, che aveva sposato in seconde nozze Costanza Grillo, baronessa di Serra, e scomparso il figlio del primo marito, Rinaldo Poderico, fìno al 1466 i feudi furono amministrati da Costanza e dal giovanissimo nipote Antonello juniore. Il 1° agosto 1465 Ferdinando d'Aragona accordava ad Antonello Poderico, con diploma di investitura, la terra di Serra e i casali di Salza.

Dalle vicende narrate si può desumere che questo barone ereditò dei feudi ridotti all'estrema miseria per le continue guerre; ciò vale per tutte le Università del Regno, le quali uscirono logorate e affamate non meno dell'Università del Castello di Serra e casali; inoltre alcuni casali, come Salsa, scomparvero definitivamente.

Un ultimo documento intorno al barone Antonello Poderico risale al 23 novembre 1493, quando il camerlengo feudale della Baronia di Serra procedette contro un debitore baronale trattenendolo nelle carceri del Castello finché non avesse pagato.

La Baronia di Serra non potè essere concessa, come tante altre, al conte de Requesens, spagnolo, perché i Poderico non abbracciarono il partito francese, ma anche perché fu ereditata da Giacomo ("magnificus Jacobus Podericus, utilis dominus castri Serrae et casalium"), fratello o figlio del precedente barone Antonello.

Attorno al 1500, morto il barone Giacomo Poderico senza erede alcuno, si estinse il primo ramo dei Poderico e la Baronia di Serra e i suoi casali di Salza, Manocalzati e Pratola furono devoluti alla Reale Corte e concessi nel 1503, con i relativi proventi fiscali, al conte Calcerando de Requeeens.

 

Il Viceregno

 

Gli Spagnoli, avuti rinforzi dalla madrepatria, sconfissero i Francesi e li cacciarono dal Regno di Napoli, il cui possesso fu aggiudicato alla Spagna con il trattato di pace del 1506. Il re Ferdinando, con diploma del 30 maggio 1507, concesse la Baronia di Serra con i suoi casali a Berardino Poderico, patrizio della città di Napoli, ed al nipote di lui Paolo Antonio Poderico. In ultimo, il re di Spagna stabilì che, morendo Berardino senza eredi, gli succedesse nella Baronia, oltre al nipote Paolo Antonio, anche il fratello Giovanni Maria, arcivescovo di Nazaret e cappellano maggiore del Regno di Napoli.

Negli anni precedenti la guerra tra Spagna e Francia (1527-1528) gli abitanti dell'Università di Serra e del casale di Pratola erano circa 200, pari a 35 famiglie; ma appena tré anni dopo il numero delle famiglie risultava dimezzato a causa della guerra e della peste.

Intorno a Paolo Antonio Poderico abbiamo, tra gli altri documenti, un assenso regio del 1537 a nome di Carlo V imperatore e del viceré di Napoli don Pietro de Toledo. Si tratta di un'autorizzazione a vendere tré molini e due taverne nel suo feudo di Castello di Serra e nel casale di Pratola.

La situazione dell'Università di Serra, per quanto attiene al pagamento dei fiscali, peggiorava, in quanto l'Università non poteva pagare molte somme arretrate a causa delle misere condizioni economiche in cui versava. Addirittura, nel 1538 fu ordinata una inchiesta su Serra, inviata alla Corte della Sommaria. Le cose non mutarono fino al 1543, come si evince da un esposto redatto da Paolo Antonio Poderico, signore del Castello di Serra, il quale fece presente che l'Università non poteva pagare i 60 ducati di fiscali arretrati alla Reale Corte. A questi problemi si aggiungevano le continue liti dell'Università di Serra, con le Università confinanti, come S. Paolina, Castelmozzo e Prata, per il pagamento dei fiscali e di vari diritti. Particolarmente, tra l'Università di Serra e quella di Prata vi era una pendenza, che si trascinava già da tempo, per il diritto reciproco di legnare nei boschi pubblici di Serra e del casale di Pratola. Il colpo di grazia Serra, che ancora non si era riavuta dalle distruzioni passate, l'ebbe quando, nel 1558, "restò deserta perché le povere genti che l'abitavano lasciarono i loro tetti a cagione degli alloggi dei soldati di Carlo V che andavano in Puglia". Paolo Antonio Poderico, barone di Serra e nonno di Antonio, divenuto barone di Montefalcione, il 22 marzo 1573 era ancora in vita. Un atto scritto su pergamena dice infatti che, nella pubblica piazza, dove la popolazione del Castello di Serra era solita adunarsi in assemblea, presenti il sindaco e tanti altri abitanti, il barone Paolo Antonio dona alla Chiesa di S. Stefano, chiesa madre di detto Castello, una croce d'argento.

Da questi non pochi documenti riportati possiamo farci un'idea abbastanza chiara del territorio che costituiva l'Università di Serra. Innanzitutto l'Università comprendeva, oltre Serra e il suo territorio, anche una consistente parte del casale di Pratola, cioè un territorio compreso tra le coste denominate "Surti" e il fiume Sabato, fino alle località delle Saudelle (Pratola) e delle Scoppole. Lo spazio tra l'Università di Serra e l'Università di Montefalcione era coperto dai boschi detti "della Cordogneta", di uso pubblico; questi boschi furono in parte inglobati dall'Università di Montefalcione e in parte privatizzati dai baroni Poderico e concessi a censo a diversi abitanti di Serra, Montefalcione e Prata.

La Baronia di Serra e i suoi feudi di Manocalzati, Salza e Pratola nel 1586 furono ereditati da Paolo II Poderico, il quale rinnovò le liti col barone Gargano di Prata per i confini del territorio feudale e per i molini di Serra (in località Pratola); i contrasti si conclusero con una precaria composizione nel 1591.

Paolo Poderico, per far fronte ai debiti di famiglia, cominciò a smembrare la Baronia di Serra vendendo nel 1592 il feudo di Salza alla marchesa di Chiusano per 12.600 ducati. Alcuni anni dopo, nel 1601, per istanza di nuovi creditori del barone Poderico, la Baronia di Serra fu posta all'incanto con i feudi di Manocalzati e Pratola, nonché il Marchesato di Montefalcione. Marcantonio Capano, in nome e con denaro del conte Giovan Battista Tocco, acquistò tutti questi feudi.

L'anno successivo il viceré di Napoli Francesco de Castro ordinò ai regi commissari che i vassalli della Baronia di Serra e Montefalcione prestassero l'assicurazione feudale al Capano. Quest'ultimo aveva comprato dal viceré conte di Lemos, sempre per conto dei Tocco, il banco della giustizia delle cause civili, miste e criminali della Baronia di Serra e Montefalcione.

Il conte Tocco, divenuto principe di Montemiletto, donò nel 1614 al nipote Carlo de Tocco, in occasione del matrimonio con Ippolita Caracciolo, la Baronia di Serra e Montefaleione, Montemiletto ed altri feudi, insieme al titolo di principe, ma riservandosi i frutti di questi feudi vita natural durante. I Tocco avevano ereditato dai precedenti feudatari della Baronia di Serra vari diritti, tra i quali l'adiutorio; infatti nel 1629 e poi nel 1635 per il matrimonio di due sorelle del principe si impone agli abitanti dell'Università del Castello di Serra, del casale di Pratola e di altri feudi soggetti ai Tocco di pagare l'adiutorio di cinque carlini a fuoco. I nuovi signori della Baronia di Serra e del suo casale di Pratola fecero un nuovo inventario dei beni che possedevano in questo feudo per riaffermare i loro diritti feudali e di proprietà. I Tocco riaffermarono nella prima metà del 1600 alcuni diritti feudali che i precedenti signori del Castello di Serra avevano già nel 1400-1500: infatti essi potevano eleggere l'erario baronale, scegliere il sindaco e gli eletti dell'Università, eleggere il camerlengo, riscuotere un carlino a fuoco all'anno, riscuotere un uovo a fuoco all'anno, esercitare in esclusivo la taverna, presentare il prete nella chiesa, nominare il capitano preposto alla giustizia locale, riscuotere una gallina a Natale e una a Pasqua da ogni fuoco, tenere il forno e panificare, ecc.

Attraverso la documentazione relativa a concessioni di beni a censo e in fitto, nel 1600 si riesce a ricostruire la maggior parte della proprietà e dei nomi dei censuari e dei fittavoli locali e non; ma ben poco si riesce a rintracciare intorno ai beni ecclesiastici e comunali, che pure erano notevoli in questo periodo, per poter stabilire un rapporto con i beni feudali.

In quegli anni dei beni a censo avevano D. Curcio, del Castello di Serra, in località Mai, Tremolizzo e Castagno, per 20 ducati, e A. Scalcia, di Serra, in località S. lorio (oggi comunemente detta Posto); Generosa Minutolo aveva terreni a censo in località S. lorio; a Gentile de la Bella di Monteforte è affittata la Taverna Grande sita in Pratola, territorio di Serra, per 50 ducati all'anno; Leonardo de Aufiero e Bernardino de Aufiero, arcipresbitero del Castello di Serra, possiedono beni; a Geronimo Lombardo e Vittoria Sellitto è affittata la Vetreria di Pratola, della Curia feudale del Castello di Serra; F. de Pascarello ha dei beni a censo in Serra e paga 15 carlini annui; Pompilia, vedova di Agostino Izzi, dona dei beni alla Chiesa di Serra per mano dell'arciprete O. Bavaro; Vito Chiumiento ha beni a censo in località Faia; Camilla Scalcia, moglie di D. Nigro, del Castello di Serra, dona dei beni alla Chiesa; Giovanna della Bella, vedova di M.A. Ruberto, ha dei beni a censo in località S. Felice (oggi comunemente detta Nocione); a Ruggiero Petito e Decio Duardo è affittata la Taverna delle Noci (detta anche Taverna del Serritiello) nel territorio di Serra, nel luogo detto "la Pratola"; Sapia Bavaro, vedova di Modestino Spagnuolo, prende dei beni a censo dalla Chiesa di S. Audeno per 30 ducati; i fratelli Santaniello prendono in affitto nel 1637 i molini di Serra in Pratola; la "Cretera" (fabbrica di vasi) è affittata nel 1601 a Maestro Andrea di Montefuscoli per 18 ducati l'anno; la Molara (cava di pietre per fare mole di mulini), con gli attrezzi, è affittata nel 1601 a Giordano Gaita per 20 ducati all'anno; la Polveriera non è affittata (1601) in quanto non è in ordine; la Ferreria è affittata (1601) a Giovanni Ciamillo per 14 ducati; la bottega delle scarpe è affittata a Maestro Lattanzio (1601) per 16 ducati; la Ramiera, in località Pratola, del Castello di Serra, non è affittata (1601) perché in riparazione; la "Cartera" (cartiera) non è affittata perché in costruzione; il forno di Serra, con il diritto proibitivo, è affittato (1601) per 20 ducati a G.D. de Consalvo; il forno di Pratola, col diritto proibitivo e con due botteghe (Comune di Serra) è affittato a Pomponio Carpentieri per 140 ducati; la giurisdizione delle prime e seconde cause del feudo di Castel di Serra (e casale di Pratola) e Manocalzati è data ad Eliseo Danza di Montefusco; la portolania (preposta alla manutenzione delle strade e al rilascio di licenze di costruzione di edifici) dal 1592 non viene più data in affitto ai privati, in quanto ceduta all'Università di Serra; le macchie del molino di Serra (località Pratola) sono affittate per 33 ducati; la località Saudelle (in località Pratola nel Comune di Serra) è affittata a Colantonio Capozzi (1602) per 53 ducati; la metà della località "li Scavaioli" è affittata nel 1602 a N. Capone per 38 tomoli di grano; le Chianchere della Selva Bruna sono affittate a P. Martone per 46 ducati e, nel 1601, a G.D. Serra per 110 ducati; la Taverna Grande di Serra, nel casale di Pratola, è affittata a Luca Barile per 240 ducati; la Taverna della Noce (Serritiello) di Serra è affittata (1640) a P. Pascarello per 180 ducati; la Taverna della Piana di Serra è affittata a Domenico Serra nel 1601 e a M. Giordano nel 1659; la Bagliva e la Mastrodattia di Serra (e casale di Pratola) e Manocalzati sono affittate a G. Picone per ducati 125, ecc.

Il principe Carlo Tocco, barone di Serra, nel 1656, dichiarando alla Curia collaterale che per i suoi feudi è venuto l'ordine di procedere ad atti coercitivi per il pagamento dei fiscali correnti ed arretrati, fa osservare che in queste terre, più che nelle altre, la peste ha fatto e fa attualmente strage così grande che sono rimaste quasi disabitate; tuttavia la Curia impone alla Reale Udienza di Montefusco che "vada esigendo con piacevolezza".

La popolazione dell'Università di Serra, col suo casale di Pratola, prima della peste aveva una popolazione di circa 200 abitanti, pari a 38 famiglie; ma qualche tempo dopo, col nuovo censimento, le famiglie o fuochi erano scese a 26, con la completa estinzione di 12 famiglie, pari a circa 60 persone. Negli altri feudi dei Tocco, come Montefalcione (che comprendeva anche una parte del casale di Pratola), le famiglie, prima della peste, erano 209, mentre appena dopo erano scese a 50. Il principe Carlo Tocco, signore della Baronia di Serra, morì nel 1674 senza eredi diretti, per cui i feudi furono ereditati dal nipote Antonio, al quale successe nel 1678 Carlo Antonio. La madre di quest'ultimo, in qualità di tutrice, pagò la tassa di successione nei feudi della Baronia di Serra e Manocalzati, Montefalcione, ecc.

Intorno al 1700 l'Università di Serra comincia a riprendersi; infatti in quegli anni (1699) il sindaco Sabato Magliaro convoca un parlamento (cioè tutti i eapifamiglia) e alla presenza del rappresentante del barone, D. Caprariello, concede a censo diversi beni comunali, tra i quali un territorio in località Tremolizzo, otto pezzi di territorio in località "lo Comune", una selva in località Nocelleto, due selve in località Chiaio, una casa in località Teglia ed un orto in località S. Stefano.

 

Il Regno di Napoli

 

Anche i Tocco concedono a censo moltissimi territori feudali nell'Università di Gastel di Serra e nel casale di Pratola. Ferdinando Dato di Serra ebbe a censo un territorio di 10 tomoli in località Cardogneta (1706); Pietro Pasquariello ebbe una casa e 3 tomoli di terreno (1708); a D. Musto fu concesso un territorio alla Tufara; a Savino Bavaro un territorio di 19 tomoli per 10 ducati di censo; a D. Dato un territorio per 3 carlini; a Dom. KTigro, pure di Serra, un territorio di 4 tomoli a censo per 24 carlini all'anno; a Nicola Sellitto 8 tomoli di terreno; a S. Chioccariello 7 tomoli; a Modestino Dragonetti 4 tomoli; a Modestino de Martino, pure di Serra, 7 tomoli di terreno; ad A. Capone un territorio di 5 tomoli per 32 carlini di censo annuo in località Ponte (Ponte Sabato); a F. Musto un territorio di 22 tomoli in località le Macchie; a Pietro e Silvestre Pece, di Prata ma abitanti in Serra, 30 tomoli di terreno; ad A. Pagliuca un territorio nel lenimento del Castello di Serra, località Cardogneta (Pratola); a M- Giordano, di Serra, del terreno e una casa a censo nel casale di Pratola; a F. Dato un terreno nella località Isca delle donne (Ponte Sabato); a Luigi Chiumiento un territorio all'Isca della Piana; a G. Follano un territorio di 6 tomoli nella località Scavaioli; a Valentino Capone e Carlo Cavallone (famiglia estinta) un territorio di 74 tomoli alle Chianchere; a Leonardo Alfieri (1719), in Serra, un territorio di 73 tomoli alle Chianchere; ad Angela e Ippolita Bavaro 19 tomoli di terreno in località Scavaioli; ai fratelli lennaco il molino di Pratola; a F. Rotondi la Vetreria di Pratola, ecc.

Da un piccolo catasto del 1728-29-32 veniamo a conoscenza dei beni che possedeva l'Università del Castello di Serra; infatti il sindaco, Valentino Capone, e l'eletto G. Follano dichiarano che l'Università possiede la bottega della "pizzicarla", la bottega della "chianca", il diritto di riscuotere un carlino a famiglia, un territorio al Chiaio, affittato a C. del Giudice, un territorio alla località Comune, affittato a D. e fratelli Dato, un territorio nella stessa località affittato a M.A. Barone, un territorio affittato a C. Santoro al Piano di Pratola, un territorio a Ciriaco Giordano al Boschetto di Serra, un territorio a D. Nigro alla località Comune, un territorio a Natale Picardo pure alla località Comune, un territorio a D. Musto, un territorio a R. Monasca, un territorio a M. Pepe alle Selvetelle di Serra, un territorio ad A. Vetrano, pure alle Selvetelle, un territorio alla Teglia ad O. Bavaro, un territorio all'Ululo a Mattia Capone, un territorio a G.A. Pece, un territorio a G. Aloia al Chiaio ecc.

L'Università del Castello di Serra con il suo casale di Pratola, in base al suddetto catasto, possedeva

beni in terreni, case ed altro pari ad un'entrata annua di circa 60 ducati.

Le entrate per censi e fitti del principe di Montemiletto nella Baronia di Serra (esclusa Manocalzati), ossia nell'Università di Castel di Serra e casale di Pratola, sono di circa 3200 ducati annui. Le entrate per censi e fitti del Sacro Patrimonio, delle cappelle e delle congreghe locali sono di circa 164 ducati annui. Chiese, cappelle, oratori, congreghe, seminar! di altre località possedevano nel Comune di Serra beni dati a censo o in fitto pari ad un'entrata di circa 469 ducati annui. I beni posseduti dalla Camera baronale di Montefalcione nel Comune di Castel di Serra per censi e fìtti danno una entrata annua di circa 260 ducati.

I beni del clero, delle congreghe e del Sacro Patrimonio nell'Università del Castello di Serra, dal catasto del 1764, sono i seguenti:

— R.do Francesco Rotondo, sacerdote, possiede a titolo di Sacro Patrimonio beni in fitto e censo che danno un gettito annuo di 60 ducati circa.

— Il sacerdote Giacomo de Matteis, della stessa Università del Castello di Serra, possiede a titolo di Sacro Patrimonio dei beni in terreni e case che danno un'entrata di 10 ducati circa.

— Giuseppe Altiero, economo della Cappella del SS. Rosario di Serra, rivela di possedere beni a nome di detta Cappella per un'entrata di 14 ducati circa.

— Giuseppe Alfiere riscuote numerosissimi cenai redimibili della Cappella del SS. Rosario del Castello di Serra, del valore complessivo di 76 ducati circa.

— Melchiorre Petrillo, economo aggiunto della Venerabile Congrega del SS. Rosario del Castello di Serra, rivela di esigere, a nome di detta Congrega, 4 ducati circa.

I beni ecclesiastici posseduti dal clero e dalle congreghe locali danno un'entrata annua di circa 154

ducati.

A questi bisogna aggiungere i beni che il clero e le congreghe dei Comuni vicini possedevano nell'Università di Serra:

— D. Generoso Guerriero, di Salza, possiede a titolo di Sacro Patrimonio beni che danno un'entrata di 25 ducati circa.

— L'ab. Pasquale de Matteis possiede il beneficiato sotto il titolo di S. Lorenzo Martire di Manocalzati,

consistente in beni che danno un'entrata di 32 ducati circa.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, in assenza della Reverenda Collegiata di Manocalzati, rivela che questa ha beni per un'entrata di 0,5 ducati.

— Padre Giacomantonio de Matteis, beneficiario di S. Nicola di Manocalzati, riscuote beni per entrate di 3,5 ducati.

— Don Francesco Picene, beneficiario di S. Maria dell'Assunta di Manocalzati, riscuote per beni 0,5 ducati.

— Don Leonardo Duardo, sacerdote secolare di Manocalzati, beneficiario sotto il titolo di S. Maria di Loreto nella Collegiata della Chiesa di S. Maria di Manocalzati, possiede beni a titolo di Sacro Patrimonio per 14 ducati circa.

— Don Nicola de Mauro di S. Barbato, procuratore della Cappella del SS. Rosario di Manocalzati, rivela un'entrata di 10 ducati per i beni che possiede.

— Il Venerabile Monastero di S. Maria de Loreto di Montefalcione possiede beni per un'entrata di 3,5 ducati circa.

— Alessandro Catalano, per la Cappella del Corpo di Cristo di Montefalcione, possiede beni per

un'entrata di 14 ducati.

— Tommaso de Rosa, economo della Cappella di S. Giacomo di Prata, possiede beni per un'entrata di 2 ducati circa.

— Nicola Capozzo, governatore dell'Oratorio dei Morti della Terra di Prata, riscuote da Domenico Acone, per beni che possiede a censo, 1 ducato circa.

— D. Ciriaco Lauri, procuratore del Reverendo Clero della Terra di Prata, riscuote 4 ducati per beni dati a censo in Castel di Serra.

— D. Musto e A. Fasulo, economi della Venerabile Cappella del SS. Rosario di Prata, riscuotono 0,5 ducati.

— D. Michele de Cristofaro, arciprete del Castello di Serra, riscuote a nome della Mensa Arcipretale, per beni in case e terreni dati a censo e a fitto a molti abitanti del Castello di Serra, circa 300 ducati annui.

— D. Marco Falcetta, arciprete di S. Barbato, per censi e affitti, riscuote circa 33 ducati.

— La Venerabile Chiesa Arcipretale di Montefalcione, e per essa l'arciprete D. Scipione Baldassarre, riscuote per censi 4 ducati.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, in mancanza del Sacro Seminario di Avelline, rivela per esso beni che danno un introito annuo di 12 ducati.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, a nome della Camera baronale di Montefalcione, rivela che questa ha un'entrata, per beni che possiede nel Comune di Serra, di 260 ducati circa.

 

I dati relativi ai beni posseduti dall'Università del Castello di Serra e casale di Pratola sono stati ricavati da un piccolo catasto redatto nel 1728-29-32, periodo in cui il Regno di Napoli era sotto l'influenza austriaca. La ricostruzione dei beni posseduti dal principe di Montemiletto è stata effettuata sulla base di un bilancio del 1744, mentre quella dei beni del clero, delle cappelle, delle congreghe, del Sacro Patrimonio e del Seminario, sia locali che dei Comuni vicini, è stata desunta da un catasto del 1754. Infine, dallo stesso catasto del 1754, sono stati rilevati anche i beni che i feudatari vicini possedevano nell'Università del Castello di Serra.

La ricostruzione di questi dati è stata fatta attraverso diverse fonti storiche e diversi periodi, anche se molto vicini fra loro, perché il catasto dell’Università del Castello di Serra, conservato negli archivi, sfortunatamente è incompleto, per cui le cifre qui fornite sono solo approssimative ed orientative della distribuzione della proprietà, la quale in massima parte era accentrata nelle mani del feudatario, in minima parte nelle mani del clero locale e "forestiero" e in parte irrilevante nelle mani del Comune. I cittadini possedevano in proprio quote trascurabili di beni, dell'ordine di qualche "misura" di terreno e qualche stanza, non soggetti a censo o fitto. Tutte le famiglie erano censuarie o fittavole dei beni del barone, del clero, del Comune e dei feudatari dei Comuni vicini. Si può affermare, quindi, che a metà Settecento il 75% dei beni dell'Università del Castello di Serra era accentrato nelle mani del feudatario, il 12% nelle mani del clero dei Comuni vicini, il 7% nelle mani dei feudatari "forestieri", il 4,5% nelle mani del clero locale e 1'1,5% nelle mani del Comune.

In questo periodo le popolazioni della zona furono colpite e gravemente provate da più di una calamità; in particolare fece sentire i suoi tristi effetti una micidiale carestia provocata da una persistente siccità; si sa, a tal proposito, che furono effettuate varie processioni per intercedere presso Dio, affinchè mandasse la sospirata pioggia. Alla carestia tenne dietro la peste, per cui lo stillicidio di vittime si prolungò per cinque anni. Infatti, nel 1760 nell'Università di Serra e casale di Pratola il numero di morti fu di 70, di cui 31 bambini; nel 1761 fu di 33, di cui 12 bambini; nel 1762 fu di 73, di cui 42 bambini (20 a Pratola); nel 1763 fu di 34, di cui 10 bambini; nel 1764 fu di 60, di cui 23 bambini.

 

Il periodo napoleonico

 

Fin dal 1600 i principi di Montemiletto esercitarono nella Raronia di Serra e nei feudi di Pratola e Manocalzati i loro diritti feudali, soprattutto attraverso gli erari baronali, i quali erano preposti alla riscossione di censi e fitti di tutte le proprietà dei Tocco.

Furono erari, alla fine del 1700, nella Baronia di Serra e nei feudi di Pratola e Manocalzati, D. Piscopo (1763-67), P. Alfieri (1773-74), Nicola Sellitto (1775-78), A. Sellitto (1781-83), Stefano Petrillo (1788-90), G. Piscopo (1791-96).

In questi ultimi anni l'esazione dei censi e dei fitti nella Baronia di Serra ed in altri feudi divenne difficoltosa, perché la maggior parte dei cittadini si rifiutava di pagare e gli erari baronali, per effettuare l'esazione, si facevano accompagnare da gendarmi a pagamento.

Nel 1799 il principe Tocco aderisce alla Repubblica Partenopea ed entra a far parte della Municipalità della città di Napoli, ma con la caduta della Repubblica viene imprigionato.

La nostra Provincia di Principato Ultra, chiamata anche Provincia di Montefusco, durante la Repubblica venne aggregata al Dipartimento del Volturno e dell'Ofanto. Il Dipartimento del Volturno fu diviso in Cantoni; del Cantone di Avellino facevano parte le Municipalità di Avellino, Pratola e Serra, Candida, ecc.

Alla Baronia di Serra, con i feudi di Pratola e Manocalzati ed altri, fu preposto, da Gaetano Ferrante, amministratore generale dei beni dei rei di Stato, Simone de Indaco, regio proamministratore per tutto il periodo di detenzione e allontanamento dei Tocco.

Al ritorno dei Francesi, con Giuseppe Bonaparte, venne posta fine all'Università del Castello di Serra, che comprendeva da antico tempo la maggior parte del casale di Pratola; ma finiva anche il predominio dell'Università di Montefalcione sulla restante parte del casale di Pratola.

Giuseppe Bonaparte il 19 gennaio 1807, nell'ordinare la nuova circoscrizione, dove a capoluogo della Provincia di Principato Ultra rimaneva ancora Montefusco, costituisce dei nuovi Comuni e tra questi c'è Pratola. Serra, quindi, con il suo territorio forma un Comune, e Pratola, con il territorio tolto in parte a Serra e in parte a Montefalcione, ne forma un altro. Altri antichi Comuni, come S. Barbato e Montaperto, vengono riconfermati. Gli atti emessi dal Comune portano l'indicazione di Pratola, quindi i due Comuni di Serra e Pratola di fatto erano già unificati e i rappresentanti dei due capoluoghi, di comune accordo, scelsero Pratola come sede degli uffici comunali.

Il nuovo Comune si chiamò "Comune di Serra e sua pertinenza di Pratola in P.U.". Il nuovo sigillo,

posto sugli atti fino al 1810 dal sindaco Giacomo Paoliello, non è più quello antico con banda e una

stella e la scritta "Serra", ma con due stelle.

Il 4 maggio 1811 il nuovo rè delle Due Sicilie Gioacchino Murat ridisegna le Provincie del Regno:

capoluogo della Provincia di Principato Ultra è Avelline, mentre i due Comuni di Serra e Pratola vengono ufficialmente riuniti in una unità territoriale- Altri Comuni, come Tufo e Torrione, che erano uniti, in questo periodo furono divisi.

Il sigillo posto sugli atti dal nuovo sindaco. Carmino di Fabrizio, nel 1811, porta la scritta "Comune di Serra e sua pertinenza di Pratola in P.U.", con al centro l'aquila napoleonica.

L'atto di nascita dell'unione di questi due Comuni fu definito davanti all'intendente della Provincia, Giacomo Mazas. Innanzi a questi, il 22 luglio 1812, il Comune di Pratola e Serra, rappresentato da Giuseppe Piscopo e Cannine Garzone, e il Comune di Montefalcione, rappresentato da Nicola Girone e Bartolomeo Baldassarre, ottenevano lo scioglimento della promiscuità fra loro. La ratifica dell'atto fu fatta in Montefalcione, in ,una seduta congiunta dei Decurionati di Montefalcione e di Serra e Pratola, il 31 luglio 1812. Lo scioglimento della promiscuità per quel che riguarda l'amministrazione civile comincerà dal 15 agosto 1812, mentre l'assegnazione dei 51,66 ducati annui per la quota dei beni demaniali che spettavano a Pratola e Serra da parte del Comune di Montefalcione decorrerà dal 1° gennaio 1813. Infine, tra l'altro, si ristabilisce che la linea di separazione dei due Comuni di Montefalcione e Serra e Pratola sarà quella della giurisdizione ecclesiastica esistente.

La nuova amministrazione si chiamerà ufficialmente (come dovrebbe chiamarsi tuttora) "Comuni Riuniti di Pratola e Serra in P.U.", come si ricava dai sigilli posti negli atti del 1815, risalenti ancora al periodo napoleonico, i quali riportano al centro l'aquila imperiale. Caduto Gioacchino Murat, il sigillo dei "Comuni Riuniti di Pratola e Serra in P.U." conserva la scritta, ma l'aquila imperiale al centro viene sostituita dallo stemma borbonico. In seguito l'amministrazione si chiamerà soltanto "Comune di Pratola e Serra".

Con la legge abrogativa della feudalità del 2 agosto 1806 solo alcuni dei diritti furono realmente aboliti, mentre la riscossione di certe gabelle sul vino, sulla frutta, sugli animali da macello, ecc., dal feudatario passò al Comune, che, a sua volta, l'affittava a dei nuovi appaltatori, che furono detti

daziar!. In sostanza, l'unico grande risultato fu quello di aver trasferito tali entrate dalle casse del feudatario alle casse del Comune, ma il cittadino era comunque obbligato a pagare sempre di più, con un sistema di fisco non imposto dal barone, ma condizionato da novelli baroni (industriali e imprenditori).

 

La Restaurazione borbonica

 

A cavallo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento nei Comuni Riuniti di Pratola e Serra emergono nuove famiglie per beni che avevano a censo o in fìtto. Erano agiati massari i Musto, i Pece, i Capone, i Sellitto, i Piscopo, i Cavallone, gli Alfieri, i Bavaro, i Santoro, nonché i Silvestre, i De Palma, i Freda, i Guida, i Marano, i Dragonetti, gli Evangelista, i De Cicco, i Garzone, i Di Donato ecc., tutti possessori di decine di tomoli di terreno che lavoravano in proprio. Assistiamo anche alla nascita di un certo ceto di proprietari terrieri e imprenditori tra Serra e Pratola, come i Giordano, notai e imprenditori, i Rotondi e gli lennaco, imprenditori di varie attività, e gli Ambrosone, i Di Fabrizio, gli Acone, i Piscopo, proprietari terrieri.

Alcune di queste famiglie, prima del 1800 e soprattutto durante il periodo napoleonico, sia per l'assenza della famiglia Tocco, sia per i torbidi del tempo, si impossessarono, senza titolo, di molti beni, quasi tutti feudali, che erano detenuti precedentemente da tanti piccoli censuari del luogo. Cosicché quello che era stato quasi un diritto all'usurpazione dei beni demaniali da parte dei baroni durante il periodo del feudalesimo ora diveniva una, prerogativa dei borghesi rurali. Agli eredi del principe di Montemiletto, per tutti i beni dati a censo o a canone fisso e posseduti "per la maggior parte sfomiti di titolo e quasi per intero in arretrato da più anni con qualche eccezione", la riscossione riuscì impossibile per il rifiuto dei creditori "caviliosi e malintenzionati". La duchessa di Regina, erede dei Tocco, pose il sequestro su queste proprietà per 139 ducati e il 15 maggio 1835 si procedette alla relativa espropriazione sui canoni posti sui fondi rustici denominati Pezze, Pioppeto con edifici, sulle piante di case vicino alla Taverna della Capanna, sull'Orto stesso, nel luogo detto "la Strada Consolare", sul fondo Bosco della Cardogneta, su alcune case nel Castello di Serra, sul territorio detto "Macchie della Palata", sugli Orti del Piano, sul territorio del Boschetto (Serra), sui territori chiamati Minutolo, lufara, Scavaioli ecc.

Prima, tutti i cittadini (cioè i capifamiglia) eleggevano il sindaco e i rappresentanti dell'Università senza tener conto del censo o del reddito; ma da questo periodo (1806) ad ascendere alle cariche pubbliche furono solo una decina di famiglie, le sole che avevano un reddito di 24 ducati, in quanto il Comune di Pratola e Serra era inferiore a 3.000 abitanti. Così si era instaurata nei nostri Comuni una specie di oligarchia , durata per tutto il periodo borbonico e per parte di quello sabaudo, la quale deteneva il potere civile ed economico. La lotta contro il barone era finita tristemente, in quanto i contadini, possidenti o non, ma che comunque non raggiungevano un determinato reddito (ed erano il 90% degli abitanti) avevano perso il diritto di servirsi dell'amministrazione, di partecipare alla vita pubblica per far sentire le proprie istanze. Questa massa, privata delle terre pubbliche, dei pascoli e dei diritti amministrativi, diventava suddita della borghesia rurale ed imprenditoriale (i Piscopo, i Rotondi, gli Iennaco ecc.) emersa con le innovazioni napoleoniche.

 

Continua ….

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